tradimenti
La Gabbia Dorata II, Confessione e Potere
Roma22
03.03.2026 |
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Iniziai a succhiare l'oggetto con avidità, simulando un atto profondo, lo sguardo fisso su mio marito..."
Quella sera, l'aria all'interno della nostra casa era densa, quasi solida. Il silenzio della periferia residenziale sembrava amplificare ogni piccolo rumore: il ronzio del frigorifero, lo scorrere dell'acqua, il battito del mio cuore che non accennava a rallentare da quando ero scesa dall'auto.Marco mi stava aspettando in cucina. Aveva già preparato due calici di vino rosso, ma non aveva ancora iniziato a bere. Mi guardò entrare, indugiando sul vestito blu, ora leggermente sgualcito e segnato da una sottile polvere biancastra sull'orlo.
«Com'è andata in cantiere?» chiese, la voce bassa, quasi cauta.
Mi appoggiai all'isola in marmo, sentendo il freddo della pietra contro i palmi. «È stata una giornata... intensa. Il cantiere è un mondo a parte, Marco. È tutto così crudo, così privo di filtri.»
Lui fece un passo verso di me, prendendo il suo calice ma senza smettere di fissarmi. «Hai visto Valerio?»
«Sì,» risposi, e il solo pronunciare quel nome mi fece correre un brivido lungo la schiena. «Abbiamo discusso dei pilastri del blocco B. Siamo rimasti soli al secondo piano, nel grezzo. C’era un vento forte, Marco. Mi sentivo... esposta. Il vestito che mi hai fatto mettere non smetteva di incollarsi alla pelle.»
Marco deglutì, gli occhi che brillavano di quella luce febbrile che ormai conoscevo bene. «E lui? Ti ha guardata?»
«Non ha mai smesso,» sussurrai, lasciando che il ricordo si impossessasse della mia voce. «Mi parlava di cemento, di vibrazioni, di "spingere" il materiale nei vuoti... ma i suoi occhi dicevano altro. Mi ha toccata, Marco. Non direttamente, non sulla pelle... ma ha sfiorato il mio braccio con il suo mentre guardavamo i disegni. È un uomo fatto di muscoli e calli. Sapeva perfettamente che quel vestito era un invito al disordine nella sua geometria perfetta.»
Marco si avvicinò ancora, finché non sentii il calore del suo corpo. «Ti ha fatto sentire una preda, vero? L'architetto raffinato ai piedi di un uomo che mangia polvere.»
«Sì,» ammisi, e la confessione fu come un rilascio di pressione. «Mi ha detto che certe macchie non vanno via con l'acqua. Mi ha chiamata per nome, con una confidenza che mi ha tolto il fiato. Ho immaginato, per un istante, che mi prendesse lì, tra i ferri dell'armatura e il rumore delle betoniere. Ho immaginato che non mi chiedesse il permesso, che mi usasse come uno strumento del suo cantiere.»
Il respiro di Marco si fece affannoso. Posò il calice con un gesto brusco. «Dio, Elena... non sai cosa mi fai quando parli così. Vederti tornare a casa con la sua polvere addosso, sapendo cosa hai evocato in lui... è una tortura meravigliosa.»
«Ti eccita l'idea che lui possa avermi, Marco? Che un uomo così distante dal tuo mondo possa profanare tua moglie?»
«Mi distrugge e mi rigenera allo stesso tempo,» ansimò lui, portando le mani ai miei fianchi e stringendo con forza. «Voglio sentirti mia mentre pensi a lui. Andiamo di sopra. Adesso.»
Salimmo le scale quasi di corsa. Non appena varcata la soglia della camera da letto, Marco mi spinse contro la porta chiusa, cercando le mie labbra con una foga quasi disperata. Le sue mani risalirono lungo le mie cosce, sollevando il lino blu, cercando un contatto immediato, viscerale. Iniziò a baciarmi il collo, mormorando quanto mi desiderasse, quanto fossi la sua Regina.
Ma proprio mentre stava per sbottonarsi i pantaloni, sentii la Regina dentro di me reclamare il suo trono. Gli appoggiai le mani sul petto e lo spinsi via con una decisione che lo lasciò interdetto.
«Fermo,» ordinai. La mia voce era tornata gelida, carica di un'autorità che non ammetteva repliche.
Marco mi guardò sorpreso, il respiro corto. «Elena... che succede?»
«Succede che ti stai dimenticando cosa tu vuoi davvero» dissi, raddrizzandomi e sistemandomi i capelli con un gesto lento. «Hai voluto questo gioco, Marco. Hai voluto che fossi io a dominare il tuo desiderio attraverso gli altri. E allora adesso inizia a rispettare il ruolo che ti sei scelto.» sussurrai sorridendo maliziosamente.
Gli indicai con il mento la poltrona in velluto scuro posta nell'angolo della stanza, a lato del letto.
«Siediti lì,» comandai. «E non muoverti finché non te lo dico io. Questa sera, tu non sei il protagonista. Sei lo spettatore. Sei il testimone della mia trasgressione.»
Marco, visibilmente scosso ma chiaramente soggiogato, obbedì. Si sedette, le mani strette sui braccioli, osservandomi con un misto di adorazione e tormento.
Mi sfilai il vestito blu con una lentezza studiata, lasciandolo cadere a terra come una muta di pelle vecchia. Rimasi nuda, con indosso solo i tacchi alti. Mi avvicinai al comodino e aprii il cassetto inferiore, tirando fuori un grosso dildo in silicone realistico e imponente, che avevamo comprato insieme ma che non avevamo mai usato così.
Mi sdraiai sul letto, mettendomi al centro, con le gambe divaricate verso di lui.
«Guarda, Marco,» dissi, iniziando a far scorrere la lingua sulla punta del dildo, fissandolo dritto negli occhi. «Facciamo finta che questo sia il cazzo di Valerio. Quello che sognavi oggi mentre ero in cantiere. Senti com'è duro? Immagina che sia lui a riempirmi la bocca ora.»
Iniziai a succhiare l'oggetto con avidità, simulando un atto profondo, lo sguardo fisso su mio marito. «Ti piace, Marco? Ti piace vedere tua moglie che fa la troia con il cazzo di un altro uomo? Riesci a sentire l'odore della polvere e del sesso?»
Marco emise un gemito strozzato, la mano che scese istintivamente verso il suo sesso, ma io lo fermai con un’occhiata fulminea. «Non toccarti. Guarda e basta.»
L'eccitazione mi stava travolgendo. La fantasia di Valerio, unita al potere che esercitavo su Marco, creava un mix esplosivo. Cominciai a masturbare il dildo e poi a passarmelo tra le gambe, bagnandolo con il mio umore.
«Senti come sono bagnata per lui...» sussurrai, la voce che diventava un rantolo. «Lui non sarebbe gentile, Marco. Mi scoperebbe come se fossi un pezzo di terra da spianare. E tu saresti qui, proprio come sei adesso, a ringraziarlo per aver mostrato quanto tua moglie sia una cagna affamata.»
Iniziai a penetrarmi con il dildo. Le spinte erano decise, profonde. Inarcai la schiena, gridando il mio piacere. Ogni affondo era un tributo alla nostra perversione. Marco era al limite, il suo viso era una maschera di sofferenza e lussuria pura.
«Vieni qui,» ordinai improvvisamente, mentre continuavo a muovere il dildo dentro di me con ritmo frenetico. «Avvicinati. Mettiti in ginocchio tra le mie gambe.»
Lui scattò, strisciando verso il bordo del letto.
«Leccami,» comandai, mentre il dildo continuava a scivolare dentro e fuori di me, guidato dalla mia mano. «Leccami mentre Valerio mi possiede. Sii il servitore della tua Regina.»
Marco affondò il viso tra le mie gambe, la sua lingua cercava disperatamente il mio clitoride mentre l'oggetto di silicone continuava la sua opera di invasione. La combinazione era insostenibile. Sentivo le pareti vaginali contrarsi attorno alla plastica, il calore che risaliva verso il petto in un'ondata inarrestabile.
«Sì... così... guarda come mi prende... guarda come sono sua!» urlai, mentre l'orgasmo mi travolgeva, facendomi tremare violentemente.
Marco si staccò da me, il viso rigato di lacrime ed eccitazione. Si mise in ginocchio sul bordo del letto, con il sesso pulsante tra le mani. Non riuscì a resistere un secondo di più. Con pochi, disperati movimenti, raggiunse l'apice, schizzando prepotentemente sul pavimento di rovere, proprio ai piedi del letto dove io giacevo ancora ansimante, con il dildo ancora stretto tra le cosce.
Rimanemmo così per lunghi minuti, nel silenzio della stanza rotto solo dai nostri respiri spezzati. La geometria era stata di nuovo infranta, e sulle macerie della nostra normalità, avevamo costruito un nuovo, oscuro altare.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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